domenica 11 dicembre 2011

Pittori e corporazioni nella Firenze del Trecento

Nel XIV secolo l’arte era ancora considerata una semplice abilità manuale. La professione d’artista non era ancora stimata e tra le classi più povere non ci si vedeva niente di straordinario se un figlio, di solito per considerazioni pratiche, decideva di fare il pittore. Anzi, quasi tutti gli artisti fiorentini del Trecento escono da un ambiente di artigiani, di piccolo borghesi o contadini benestanti alto-borghesi. Dal canto loro i nobili non avrebbero tentato di fare gli artisti, perché tale professione sarebbe stata ancora piuttosto umiliante per loro. Come avveniva per tutte le altre attività, anche gli artisti erano naturalmente obbligati a iscriversi a una corporazione.
Pittori, scultori e architetti, erano organizzati in diverse corporazioni; nel medioevo gli artisti aderivano alle corporazioni dei rappresentanti delle professioni con cui avevano qualche affinità. I pittori, che originariamente avevano creato un’organizzazione autonoma, furono aggregati agli inizi del Trecento – come i mercanti di colori – alla corporazione maggiore dei Medici e Speziali. Membri di questa corporazione erano, oltre ai medici, anche commercianti e in generale rappresentanti di numerose specialità affini. Grazie alla loro consociazione con medici, speziali e mercanti, i pittori si trovarono organizzati in una corporazione primaria.




Gli orafi appartenevano invece alla corporazione della seta, mentre gli scultori e gli architetti erano membri della corporazione minore dei muratori e dei carpentieri.
Ma i pittori non beneficiarono della loro iscrizione a una delle arti maggiori, perché, e la cosa è di fondamentale importanza, non erano membri attivi, di pieno diritto, come i medici, i farmacisti e i commercianti al minuto, anzi erano classificati come semplici sottoposti dell’arte.
Essi formavano infatti, in seno alla corporazione dei Medici e Speziali, un’organizzazione a sé a cui appartenevano anche gli imbianchini e i macinatori di colori, tutti designati come semplici sottoposti.
Questo gruppo però, a differenza degli artigiani che non avevano alcun diritto nella corporazione, ottenne nei primi decenni del Trecento una limitatissima autonomia amministrativa e giudiziaria. Grazie al generale movimento democratico di questi anni, i pittori, le cui condizioni economiche e sociali andavano di continuo migliorando, poterono raggiungere un grado ulteriore di emancipazione. I pittori finirono per avere una coscienza democratica e, in quanto gruppo a sé, tendevano all’autonomia più degli scultori o degli architetti, che erano iscritti a corporazioni minori di artigiani.
Gradualmente essi assunsero una coscienza borghese, mentre gli architetti e scultori fiorentini di regola continuarono a lavorare senza rilievo individuale fino verso il 1400.
La corporazione dei pittori, come ogni altra, aveva naturalmente i suoi regolamenti. Il tirocinio del pittore seguiva il corso usuale dell’artigianato medievale. Il pittore cominciava come apprendista presso un maestro qualificato della corporazione, il quale aveva su di lui pieni poteri disciplinari. L’apprendista doveva imparare il mestiere cominciando dalle operazioni più umili: macinare i colori e addestrarsi alla preparazione della tavola; acquisire tutte le conoscenze tecniche necessarie a tutti gli espedienti del mestiere.
"...Doveva inoltre passare anni come apprendista e giornaliero, prima di poter dipingere come il maestro. Quest’ultimo concetto va inteso in senso letterale, in quanto copiare capolavori riconosciuti, specialmente quelli del maestro, era l’elemento principale della prima fase dell’apprendistato. Solo tenendo presente questo tirocinio si può comprendere la tenace conservazione nella pittura trecentesca dell’eredità tradizionale" .

Sopra: Agnolo Gaddi e bottega, riquadro del ciclo di affreschi inerenti la Leggenda della Vera Croce, 1380-90 ca. Firenze, Cappella Maggiore della Basilica di Santa Croce

Bibliografia: F. Antal, La pittura fiorentina e il suo ambiente sociale nel Trecento e nel primo Quattrocento, Einaudi, Torino, 1969 

0 commenti:

Posta un commento